Protesta da Max Mara

QUANDO: Venerdì 28 agosto 2009 – Ore 18.00

DOVE: Davanti a Max Mara, Via Vittorio Emanuele, Milano

PERCHE’: Per i milioni di animali che muoiono ogni anno a causa di una moda inutile e insensata come quella delle pellicce, promossa anche dal Max Mara Fashion Group.

CHI: Noi e voi; tutti quelli che provano rabbia a pensare ad esseri viventi chiusi in gabbia in attesa di una morte atroce tramite scosse elettriche o camere a gas.

Speriamo di vedervi in tanti anche questa volta, per dimostrare al MMFG che la campagna ha solamente avuto una tregua estiva e sta riprendendo forza in tutto il mondo.

Cominciamo a scaldarci per prepararci alla settimana mondiale contro il MMFG dal 14 al 20 settembre. Per maggiori informazioni:
http://campagnaaip.net/notizie/notizia283.html

***Laboratorio Antispecista***
Mail: laboratorioantispecista@yahoo.it
Infoline: 340-6368139

Morti sul lavoro. Il testo unico una vergogna italiana

tratto da www.dazebao.org di Marco Bazzoni*

Evidentemente tutti gli infortuni, gli invalidi, le malattie professionali e le morti sul lavoro non sono abbastanza se il Governo Berlusconi ha pensato bene di smantellare il Dlgs 81/08 (testo unico per la sicurezza sul lavoro) con il Dlgs 106/09 (decreto correttivo), piuttosto che renderlo funzionale. E pensare che il Ministro del Lavoro Sacconi dopo la strage sul lavoro al depuratore di Mineo (CT) dell’11 giugno 2008, che costò la vita a sei operai comunali, annunciò un piano straordinario per la sicurezza.

Se per piano straordinario intendeva questo decreto, beh, allora stiamo freschi. Per anni sono state chieste pene più severe per i datori di lavoro responsabili di gravi infortuni e morti e per quelli che non rispettano la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Ora il governo che fa, dimezza la maggior parte delle sanzioni ai datori di lavoro, dirigenti e preposti, ma non solo. Non contento, non potenzia neanche i controlli. Che poi qualche imprenditore becchi qualche multa è alquanto improbabile. Visto l’esiguo numero di  personale ispettivo delle Asl diventerà una vera e propria rarità ricevere un controllo, in quanto, se va bene potrà verificarsi ogni 33 anni. Ma non è finita qui. Onde evitare che qualche imprenditore finisse in galera si è previsto che l’arresto possa essere tramutato in sanzione amministrativa. Inoltre, ciliegina sulla torta la salva manager non è stata cancellata, ma semplicemente riscritta. Certo non è spudorata come la precedente, ma da sempre spazio a manovre e cavilli vhe alla fine favoriranno i manager. C’è da chiedersi come mai Napolitano abbia potuto firmare questo decreto, sapendo che questa norma non era stata cancellata. L’intento era evidente, scaricare le responsabilità dei manager su preposti, lavoratori, progettisti, fabbricanti, installatori e medici competenti. Non essendoci certezza della pena, anche se nella remota ipotesi un datore di lavoro venga condannato per la morte di un lavoratore, il carcere "lo vedrà con il binocolo".

Eppure il ricordo di queste tragedie non si può cancellare. Come quella di Andrea Gagliardoni, morto il 20 giugno del 2006 a soli 23 anni con la testa schiacciata in una pressa tampografica nella ditta Asoplast di Ortezzano (AP), o  Matteo Valenti, morto bruciato, dopo 4 giorni di agonia per un gravissimo infortunio sul lavoro (8 novembre 2004) nella ditta Mobiloil di Viareggio, oppure i quattro operai morti carbonizzati nell’esplosione alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno (25 novembre 2006), e allo loro famiglie che spettano ancora  giustizia: 8 mesi con la condizionale per la morte di Andrea Gagliardoni, 1 anno e 4 mesi con la condizionale per la morte di Matteo Valenti , mentre quello per la morte dei 4 operai alla Umbria Olii non è neppure iniziato, e al momento non si sa quando avrà luogo.

Viene da chiedersi: ma in che paese viviamo? Ci definiamo una "Repubblica fondata sul lavoro", ma forse sarebbe più corretto dire, una "Repubblica fondata sulle morti sul lavoro". Come si fa a definire civile, un paese dove ogni anno ci sono 1200 morti sul lavoro? Qualcuno, come l’Inail, adesso dirà che nell’anno 2008 c’è stato un calo di morti sul lavoro con soli 1120 decessi. Ma andrebbe ricordato che dal 2008 ad oggi stiamo attraversando la più grossa crisi finanziaria ed economica dal secondo dopoguerra ad oggi, e che quel calo dipende più da una sostanziale riduzione di lavoratori  a causa della cassaintegrazione, della mobilità e della chiusure di molte aziende, e non da una maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro.

Tuttavia se vogliamo proprio dirla tutta, nemmeno i dati dell’Inail non sono oro colato. Questi, infatti, non tengono conto degli infortuni denunciati come malattia, che si stima siano intorno a 200 mila ogni anno se non oltre, di tutti i lavoratori che muoiono in "nero" che vengono abbondonati fuori dai cantieri o dalle fabbriche. Poi ci sono gli Rls, cioè i rappresentanti dei lavoratori, che denunciano la scarsa sicurezza in azienda, e che spesso sono oggetti di minacce, e di sanzioni amministrative che possono arrivare fino al licenziamento in tronco.  Il caso del macchinista delle ferrovie Dante De Angelis insegna,  la cui unica colpa è quella di aver denunciato prima alla sua azienda, e poi ai mezzi d’informazione la scarsa manutenzione e sicurezza sui treni eurostar.

E’ passato un anno dal suo licenziamento, ma ad oggi non è stato ancora reintegrato, nonostante le migliaia di firme raccolte in suo favore, e soprattutto alla luce degli utlimi episodi, come quello di Viareggio del 29 giugno scorso che ha causato 29 morti,e le cui le denuce di De Angelis si sono rivelate fondate. Vale la pena ricordare, che dal 14 giugno 2009 è stato introdotto il "macchinista unico", e purtroppo, gli incidenti ferroviari, sono destinati tristemente ad aumentare.

*Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza

Divertitevi anche voi!

da informa-azione riceviamo e pubblichiamo

Avrete sicuramente sentito parlare di quell’infame gioco online chiamato “Rimbalza il clandestino”. Quindi sapete che c’è qualcuno che pensa sia molto divertente e rilassante passare il tempo a difendere le coste italiane da barconi carichi di poveri, facendoli scomparire dallo schermo con un clic. Non abbiamo la certezza che questi signori trovino divertente che i clandestini rimbalzati vaghino per giorni e giorni alla deriva nel Mediterraneo, senz’acqua e sotto il sole cocente, oppure che rimbalzino fino in Libia, per essere uccisi a colpi di arma da fuoco e di coltello dalla polizia di Gheddafi. Non sappiamo cosa pensino, questi signori. Ma sappiamo chi sono, e per chi lavorano. Divertiamoci un po’ anche noi.

 

BETASTUDIOS S.A.S. di Betti FabioFirenze
piazza Buffoni, 5 – interno 4B
21013 Gallarate (VA)
Tel. 333.127.24.66
Email info@betastudios.it
www.betastudios.it

 

update da INDYMEDIA

“Nel weekend ho ricevuto 200 messaggi di minacce, e certi giornalisti dovrebbero rendersi conto che, in questo modo, mettono in serio pericolo l’incolumità degli altri” – questo è quanto ha dichiarato Fabio Betti a “La Voce” questa mattina, sconcertato per la cattiva pubblicità che sta circolando in rete e sui giornali della sua piccola azienda informatica, produttrice per l’appunto de “Rimbalza il clandestino”. Non una parola, ovviamente, per i morti in mare di questi giorni, per le migliaia e migliaia di vittime delle politiche anti-immigrazione di questo governo e di quelli precendenti.

Amico intimo di Renzo Bossi, Fabio Betti è l’ultima frontiera dell’”uomo nuovo” della distopia totalitaria leghista. La coscienza dell’ingiustizia gli scivola addosso senza lasciare tracce, la capacità di sentire su di sé le sofferenze altrui – da alcuni chiamata com-passione – è un ricordo lontano. Ma non solo: i sentimenti più odiosi e meschini non li individua come tali, non sente il bisogno di nascosconderli o per lo meno di giustificarli ideologicamente, li vive al contrario come la più placida delle normalità. Ha reso antiquata, insomma, anche l’ultima delle prerogative che un tempo erano proprie degli umani: l’ipocrisia. Guardandolo in volto, ed ascoltando le sue parole, pensiamo alla Jugoslavia del 1991 e contiamo il tempo che manca.

Il muro bianco è repressione chiedetelo a UlriKe

Un filo nero lega la storia delle carceri speciali, nate come ulteriore prova di forza di un potere che non solo dimostra di detenere il monopolio della violenza fisica ma anche quello della violenza psicologica. Luoghi dove si pratica una tortura che spesso non lascia segni visibili, che si perpetua nel silenzio e nell’indifferenza anche di coloro che dovrebbero essere i primi a combattere per la loro distruzione. Da quel nove maggio 1976 in cui UlriKe Meinhof, militante della RAF, fu trovata "suicidata" nella cella del carcere speciale di Stammhein, per non dimenticare l’attualità delle carceri di tipo F in Turchia, del FIES in Spagna, dell’applicazione del 41bis in Italia, la tortura perpetrata nelle basi militari in Italia ed in Europa.

fonte corriere
A Rebibbia femminile, donne fuori dalle celle contro l’afa
Il cappellano attacca Alfano: «Costruirete nuovi ghetti»
Roma soffoca sotto una cappa di caldo e anche i detenuti soffrono le temperature vicine ai 40 gradi. Così giovedì mattina nel carcere di Regina Coeli è scoppiata la rivolta. Centinaia di uomini hanno iniziato a battere ritmicamente stoviglie e altri oggetti contro le sbarre delle celle. Alcune bomboletta di gas in dotazione ai fornelli da campeggio dei detenuti sono esplose.
IL DIRETTORE MINIMIZZA – La protesta dei detenuti contro il sovraffollamento e il caldo soffocante è cominciata poco dopo l’ora di pranzo nel carcere romano. Nel pomeriggio è proseguita e dalla terza sezione del penitenziario si è allargata anche alla sesta. Ma il direttore dell’istituto di pena, Mauro Mariani, minimizza.
«La protesta è più che altro di adesione e per il gran caldo – dice -: a Regina Coeli in questo momento non siamo in sovraffollamento». Mariani, attualmente è in vacanza, spiega che i detenuti sono meno di 900 e che il sovraffollamento si raggiunge oltre i mille. «Sono stato informato dal vice-direttore del carcere, Rosella Santoro – aggiunge -, che c’è stata una riunione e i detenuti hanno comunicato che la protesta della battitura si ripeterà stanotte dalle 22 alle 23, ma la situazione è abbastanza tranquilla».
ACCESSO LIBERO ALLE DOCCE – Nel frattempo, anche nel carcere femminile di Rebibbia, sempre a Roma, le detenute hanno chiesto e ottenuto – a causa del gran caldo – l’apertura delle celle non solo durante l’«orario della socialità» ma dalla mattina alla sera. Liberalizzato anche l’accesso alle docce.
MISURE ALTERNATIVE – Il Governo persegue invece la direzione opposta: «sicurezza – lamenta il cappellano di Rebibbia – mi sembra che attualmente significhi mettere il più possibile persone in carcere, tutte quelle che in qualche modo danno fastidio alla società libera. Per cui si sono penalizzate cose che non erano reati prima» e non si applicano le misure alternative già previste.
«A Roma – rileva don Spriano – abbiamo circa 2.500 detenuti e ne abbiamo 50 in semi-libertà; e poi più del 50 per cento dei detenuti non sono ancora condannati in maniera definitiva, non dovrebbero stare nemmeno in carcere», dove regna «la più assoluta apatia». […]
20 agosto 2009