“Siamo 5, gli altri 75 sono morti”. Mare Nostrum, cimitero liquido

75 migranti sarebbero morti durante la traversata dall’Africa a Lampedusa, secondo il racconto di cinque persone, tutte eritree, arrivate sull’isola in precarie condizioni fisiche. Erano su un gommone nel canale di Sicilia, a 12 chilometri da Lampedusa, quando sono stati soccorsi da una motovedetta della Guardia di Finanza, allertata dalle autorità di Malta nell’ambito della missione europea Frontex per il controllo delle frontiere.

I cinque, quattro uomini e una donna, hanno detto di essere in viaggio da 23 giorni. Una volta sbarcati a Lampedusa la donna e un uomo sono stati visitati per un malore. I militari li stanno riascoltando per capire l’attendibilità del racconto: hanno raccontato ai finanzieri che una settantina di persone partite con loro dalle coste africane sarebbero morte durante la traversata.

Contro ogni carcere, giorno dopo giorno (1)

Dell’aurora (come un carcere che brucia)

in fondo alla strada c’e’ lo scheletro di un palazzo. opera interminata e interminabile. intorno allo scheletro ci sono sterpaglie ed enormi pozzanghere che gelando hanno imprigionato ogni sorta di schifezza… scorgi a meta’ buste di plastica e carcasse di animali morti. intorno e’ la neve, cristallina. l’unica cosa pulita, con il cielo sopra i rami spogli e incatramati…..
se la notte esci in strada a guardarti intorno riesci, qualche volta, a squarciare il velo dell’abitudine, dell’assuefazione che altrimenti ti attanaglia qui come in altri posti dove si accatastano vite piano su piano. senza soluzione di continuita’. senza omogeneita’. senza gioia. senza vita. vite senza vita. alveari di schiavi. inferni di zombi. ….
qui come in altri posti non servono le grate alle finestre. qui gli zombi hanno le cancellate chiuse dentro la testa. a mandate severe. evasione…? solo un sogno. e come sogno materializzato e venduto. spacciato, per la precisione. cosi’ corre ai ripari il sistema… anticipa anche l’idea dell’evasione…..
le guardie, gli operai, i disoccupati, i funzionari. ognuno e’ il carceriere dell’altro. e di se stesso, ovviamente…..
questo posto e’ un posto qualunque dove il carcere vive dentro le persone. ed un posto cosi’ e’ esportabile ad ogni latitudine etichettandolo come meglio si crede… lo si riesce a chiamare democrazia, o progresso, o libero mercato o addirittura liberta’…..
ma in realta’ e’ solo una galera. un carcere. e ne ha tutto l’aspetto per chi non e’ assuefatto alla prigionia e riesce a guardarlo per cio’ che e’…..
la mattina, quando arriva l’aurora, se ti trovi sulla porta e guardi verso la citta’, puoi vedere una luce potente rimbalzare d’improvviso sul ghiaccio e la nebbia, e correre poi su verso il cielo a sbattere contro le poche nuvole basse, per avvolgere ogni forma…..
e allora sembra che tutto vada a fuoco…..
quando capita cosi’, e’ il momento in cui anche questo posto sembra bello…..

"…bello come un carcere che brucia”

(dal blog al_pessimo_esempio)

Fernanda on the road sempre!

Edgar Lee Masters

Andavo a ballare a Chandlerville e giocavo alle carte a Winchester. Una volta cambiammo compagni ritornando in carrozza sotto la luna di giugno, e così conobbi Davis. Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni. Filavo, tessevo, curavo la casa, vegliavo i malati, coltivavo il giardino e, la festa, andavo spesso per i campi dove cantano le allodole, e lungo lo Spoon raccogliendo tante conchiglie, e tanti fiori e tante erbe medicinali- gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate. A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto, e passai ad un dolce riposo. Cos’è questo che sento di dolori e stanchezza e ira, scontento e speranze fallite? Figli e figlie degeneri, la Vita è troppo forte per voi- ci vuole vita per amare la Vita…

Fernanda Pivano: giovane fino alla fine,giovane sempre!bella, vitale, eversiva, tenera e forte
 
Ha fatto conoscere la cultura dell’America contro, questo lo riconoscono tutti: la cultura scomoda, lei ha scoperto i talenti veri dell’America on the  road, ed è stata lei che ha aperto nuove prospettive a tanti talenti artistici di un Italia chiusa nel suo provincialismo di parrocchia.
 
FERNANDA UNA DONNA ON THE ROAD SEMPRE!
 
Muore, ma non ci lascia, le persone come lei lasciano tanto! non ci lasciano!. Muore in un tempo in cui la strada è negata, è ripulita da quelli che sono considerati i rifiuti umani.
 
On the road questo è il significato vero della cultura e  della vita per Fernanda e per quelli che lei chiamava i miei eroi: l’eroismo vero è quello di mettersi sulla strada della ricerca continua.
On the road  verso  un mondo altro che su la strada trovi, un viaggio senza cartelli stradali, un viaggio di scelta,
dove conosci le anime e i corpi, senza PAURA dello sconosciuto che incontri, senza paura se è ubriaco o altro, l’importante è conoscersi e riconoscersi.
Un viaggio che porta all’incontro reciproco, all’accettazione , alla condivisione, e alla ricchezza interiore.
 
Era nata a Genova in riva al mare che amava tanto e come il mare era  profonda nella sua apparente, semplicità, disarmata e disarmante, amante soltanto.
 
FERNANDA UNA DONNA ON THE ROAD SEMPRE!
 
che ha avuto la capacità di restare con il piacere della scoperta fino alla fine della sua vita terrena.
 
un giorno disse, nel settembre 2001.
 
"Con molto dolore per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perche’ ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue."
 
No. Fernanda non è stata sconfitta, perdente forse, ma sconfitta mai! e poi sconfitta veramente è questa società che ha paura del viaggio e dei viaggiatori.
 
Grazie Fernanda per quello che ci lasci per gli autori che ci hai insegnato ad amare, per la fiducia nella vita che ci hai regalato, ragazzi eravamo, ragazzi eravamo  fra le macerie di un mondo che ci era ostile, che ci era nemico e ci aveva ferito, e tu venisti con i tuoi libri a ridarci la speranza.
Dormono sulle colline leggemmo e capimmo che la vita non doveva essere sonno.
 
vittoria
L’avamposto degli Incompatibili
www.controappunto.org

E ora, brucia Modena!

Diario

Si allunga la lista delle rivolte nei centri di identificazione ed espulsione. Dopo Gorizia, Milano, Torino, Lamezia Terme e Bari, ora è il turno del Cie di via Lamarmora a Modena. La protesta è cominciata ieri pomeriggio con uno sciopero della fame proclamato da una trentina di nordafricani. In serata, alcuni reclusi hanno dato fuoco a diversi materassi, provocando un incendio spento solo tre ore dopo dai pompieri. Il fuoco della rabbia dei rivoltosi ha seriamente danneggiato quattro camerate, e infatti le dodici donne rinchiuse a Modena sono state trasferite in un altro centro, ma la polizia ha dovuto liberare quattro cinesi, che non sapevano proprio dove diavolo mettere.

Che le rivolte di questi giorni abbiano fatto infinitamente di più delle vane promesse di un ministro che diceva di voler “superare i Cpt” è ormai evidente. Che questo processo di demolizione a catena dei Cie debba continuare fino alla chiusura di tutti i centri è necessario. Che la scorta di pilloline tranquillanti di Maroni si stia esaurendo, è una voce che circola sempre più insistentemente nei corridoi del Viminale. Pace all’anima sua.

In attesa di qualche notizia in più  sulla rivolta di Modena, ecco una piccola rassegna stampa

macerie @ Agosto 18, 2009

 

Dalle ronde all’Abruzzo dalla INNSE alle gabbie salariali, continua l’attacco di Stato e Capitale

RONDE, GABBIE, SERRATE, STRAGI.

A colpi di decreto, di statistiche, di ingiunzioni, di provvedimenti giudiziari si intrecciano leggi, ordinanze, annunci, teoremi che – all’interno di una apparente pluralità democratica- si stringono intorno al collo di un paese sempre più costretto, nelle parole come nei fatti, a rinchiudere se stesso in una prigione di paura, di rimozioni e di indifferenza.

Il regolamento sulle ronde volontarie, emanato quasi insieme al rinnovo delle ronde militari, rende legale il riconoscimento e l’utilizzo di cittadini associati in forma di volontariato per il controllo del territorio. Triste evoluzione del movimento del volontariato ed ancora una volta eversiva applicazione del principio di sussidiarietà. Si apre così il safari, quartiere per quartiere, alla ricerca delle prede dalla pelle scura, dalla lingua sconosciuta, dal velo sul capo in nome della sicurezza di un paese che consegna le chiavi della sua prigione alle ronde ed al governo che le ha istituite.

Le statistiche diffuse dalla Banca d’Italia sul costo della vita, apparentemente inferiore nel sud d’Italia, hanno ridato fiato ai vecchi e nuovi sostenitori del ritorno alle gabbie salariali, consapevoli che qualora fossero reintrodotte si darebbe una mazzata forse definitiva al contratto nazionale di categoria (già minato dalla riforma del sistema contrattuale sottoscritta da parti padronali con CISL, UIL, UGL) nonché a qualsiasi speranza di ricomposizione dell’unità dei lavoratori e delle lavoratrici. Un incubo di federalismo fondato sul censo e sul dialetto, sulla divisione e sulla esclusione si materializza nelle forze di governo, incuranti dei redditi bassi al sud e del più alto costo del denaro nelle banche del sud.

Intanto le promesse di ricostruzione per l’Abruzzo terremotato si risolvono, al di là di proclami pubblicitari, in un’occupazione militare in cui gli abitanti restano ostaggi delle ditte appaltatrici scelte dal Governo in base a principi clientelari e delle forze dell’ordine, espropriati del diritto di ricostruire le proprie case e le proprie vite. E un altro pezzo di territorio, guarda caso del sud, viene sottratto ad ogni controllo democratico e consegnato in mano alle mafie.

Chiusi nei quartieri, chiusi nelle gabbie salariali, chiusi nella disperazione della disoccupazione quando è la fabbrica a buttarti su una strada. La serrata della INNSE di Milano, fabbrica metalmeccanica florida nonostante la crisi generale, è l’emblema dell’arroganza padronale che compra e vende capannoni, macchine e lavoro a solo scopo speculativo e poi chiude, gettando via la maschera del capitalismo “responsabile”. La lotta dei lavoratori della INNSE, da 14 mesi prima in autogestione e impegnati poi a non far portare via le macchine e la produzione, è la conferma della resistenza di una solidarietà di classe proprio nel cuore del potere leghista.

E la scarcerazione di Fioravanti e l’ennesimo depistaggio sulle stragi fasciste degli anni 70 e 80 vorrebbero chiudere quel periodo nell’ennesimo armadio degli orrori da girare porte al muro nella speranza che nessuno lo vada mai più a riaprire. Scardinandolo così dalla memoria collettiva del paese. Quella che conta è la memoria di Stato!!

In una società attraversata da eclatanti o meno avvertibili fenomeni di separazione, divisione, esclusione, chiusure di spazi di convivenza e di auto-organizzazione, occorre ricostruire e sostenere un ampio movimento per una società aperta, fatta di organismi di base, federati sulla base della solidarietà e di un progetto di libertà ed uguaglianza che veda protagonisti i lavoratori italiani ed immigrati e tutti i soggetti sociali portatori di alternativa al capitalismo, allo Stato, al fascismo.

Federazione dei Comunisti Anarchici